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conati di lucidità, rigurgiti di resistenza
Di laicità cosmetica e arredamento d'interni
post pubblicato in ventisettembre, il 6 novembre 2009

  Ci sarebbe questo affisso al muro se l'azione narrata nei vangeli fosse avvenuta nel XX secolo....

di Luigi Corvaglia

Sia ben chiaro: se mi vietano gli spaghetti, faccio le barricate. Gli italiani, brava gente, nello spaghetto si riconoscono. Gli spaghetti, la pizza, la mamma, la nazionale. Abbiamo i nostri totem, i nostri simboli, le nostre griffes. L’appartenenza si fonda sul carboidrato alla pummarola e sulle mamme che ad esso ci iniziarono. E poi c’è il crocefisso. Trattasi di un complemento d’arredo costituito da una salma lignea o, sempre più spesso, in materiale plastico che raffigura, si sa, un uomo morto dopo tortura e che campeggia, generalmente ignorata dai più, in ogni dove. Ma non vuoi che ce lo vogliono togliere? Si, l’Europa, quella che decide il diametro dei piselli e la curvatura delle banane, lo ha decretato con una sentenza della Corte di Strasburgo. La folcloristica affissione del manufatto nei luoghi pubblici, responsabile dei risolini di scherno di tanti visitatori protestanti, più adusi al concetto di laicità e meno afflitti da iconolatria, è vietata perché incompatibile col rispetto delle opinioni di tutti. Che questo fatto sia banalmente vero rende il senso del mio stupore nel considerare che per definirlo sia dovuto intervenire un tribunale e, ancor di più, che da destra e da sinistra, da sopra e da sotto, si sia levata la protesta di teo-demo e psudo-laic. Onestamente, non riesco a scaldarmi. "Certo", dirà il lettore, "tu sei laico. Vorrei vedere ti levassero gli spaghetti. Chissà come gongoli". Si, è vero, sono laico, ma non gongolo. Il fatto è che una cosa sono gli spaghetti e un’altra la loro icona. I primi sono fumanti, conditi e tolgono l’appetito, la seconda è una rappresentazione simbolica. Per questa non farei alcuna barricata. Teo-dem e pseud-laic, invece, insorgono a difesa dell’effige.
Si, insomma, il lettore ha ragione, considero il concetto giusto, oserei dire “sacrosanto”, se non fosse contraddittorio. Un’istituzione sovra personale, lo Stato, rappresentante e tutore di tutti, impone simboli solo di alcuni. Laico e libertario, mi dicono i miei amici transazionali, liberali, liberisti e ibertari, così come i miei consociati agnostici e razionalisti, dovrei gioire della sentenza. Non gioisco. Non gongolo. Ghigno un po’, lo ammetto. Due i motivi. Innanzitutto, se non mi piace un’istituzione sovra personale che obbliga tutti suoi “cittadini” alla esposizione del crocefisso, diffido di un istituto sovra-statale, anche se mi ha regalato un attimo di illusione. Domani potrebbe farmi urlare di dolore. Potrebbero impormi - sacrilegio! - gli spaghetti di grano tenero, ad esempio. Summa lex, summa iniuria. Già, ma ora ammetto di ghignare allo spettacolo del teatro delle vergini violate intorno a me.  Gli italiani, brava gente, si scandalizzano; i nostri ministri, bravissima gente, si mobilitano contro l’oscena sentenza. E si, dicono, sarà vero che siamo ai primi posti al mondo per consumo di cocaina (ma non abbiamo rivali nell’accoppiata fra questa e i trans), che la mafia prospera, la corruzione metastatizza il paese, però, in fondo, sapete che siamo? Brava gente, sempre pronta a una manifestazione in favore della famiglia o per una ronda. Purché si stia insieme in allegria. Gioviali e conviviali sempre, gli italiani. Ma soprattutto cristiani. Da cosa si deduce l'intima cristianità degli italiani? Ma dall’onnipresenza di salme lignee. Da cosa altrimenti? Da diffuso spirito cristiano non direi. Così, il ripristino del povero Cristo sul muro a guardare sconsolato lo stato della scuola e dei tribunali italiani non rappresenterebbe certo  la vittoria dello spirito del nazareno, come l’averlo tolto non rappresenta alcuna vittoria della laicità. E questo è il  secondo motivo di mancato gongolamento. E’ solo laico-cosmesi. Lo sapete che lo stato italiano versa ogni anno alla chiesa cattolica 700 milioni (700.000.000) di euro? Non mi venissero a parlare di laicità! Lascino l'arredo crucifero e ci ridiano i soldi, piuttosto.


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permalink | inviato da tarantula il 6/11/2009 alle 22:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La democrazia ai tempi del cilicio
post pubblicato in ventisettembre, il 17 ottobre 2009
 

Un'immagine ravvicinata della senatrice Binetti

di Luigi Corvaglia

Aridatece la Diccì! Si, proprio la Democrazia Cristiana alla quale i pretonzoli di paese indirizzavano i voti delle beghine in quanto, così dicevano, nel segreto dell’urna, “Dio ti vede, Stalin no”. Con la minaccia del gulag eterno, i nerovestiti sponsorizzavano, fra i due, quello più efficace nel controllo totalitario. Il clientelismo faceva il resto. Ma allora, perché rimpiangere il maggior responsabile della cancrena italiota? Forse un rigurgito di cattolicesimo? No. Nostalgia di laicità. Già, perché, se i preti volevano farsi partito, il partito non si fece mai prete. Mafioso, magari, si, ma prete mai. Al limite, chierichetto. Insomma, una come la senatrice Binetti, nel partito di Moro sarebbe stata scomoda più che nell’odierno PD. Eh, ma Franceschini ci è andato duro, eh, capperi, se ci è andato duro! Pensate che è arrivato a dire, dopo che la casta senatrice ha votato con la destra per affossare la legge sull’omofobia, che la permanenza della numeraria dell’ Opus Dei nelle fila del partito della “sinistra” è un “signor problema”. Doveva essere proprio arrabbiato per palesare un simile turpiloquio da scaricatore di porto ma, con tale uscita dai gangheri, più che sottolineare la subita ferita ad una supposta laicità che animerebbe l’ armata Brancaleone che chiamano Partito Democratico, ha reso chiaro anche ai non ancora avveduti che il signor problema è il Partito Democratico. Se il segretario del più grande partito della sinistra, infatti, si accorge solo ora dell’antimodernismo della sua sodale, che almeno ha il raro pregio della coerenza intellettuale, credo che ad aver bisogno di una registratina e di un controllo ai livelli siano proprio lui e il Partito Democratico. Bene ha detto la senatrice: credevano fossi una zapatera? Lo sapevano che porto il cilicio . Ha ragione la Binetti. Era, infatti, il 2007 quando provocò un polverone niente male affermando che l’omosessualiatà è una devianza e che la scomparsa della pederastia delle sindromi psichiatriche riconosciute è frutto della “lobby gay” (Opus Gay?). Affermazione resa ancora più grave dal fatto che la bianca signora delle penitenze è psichiatra. Ed era solo l’anno dopo quando equiparava l’omosessualità alla pedofilia.
Simile cristiana attenzione alla malattia e disprezzo per la scelta individuale (quella che ora rivendica come “libertà di opinione” ) la senatrice ha sempre dimostrato anche a proposito del testamento biologico da prima della faccenda Englaro.
E questi se ne rendono conto solo ora? Cosa si aspettavano da una signora che, come la stessa interessata ha rammentato in questi giorni, porta quotidianamente il cilicio, una sorta di grepieure rivista da Von Masoch in metallo uncinato che affonda nelle carni per offrire le sue sofferenze a Dio, pur se tale pratica è condannata dal catechismo della Chiesa cattolica (cf n. 364 e n. 2281) ? Insomma, per ora, Binetti 1, PD 0.
Ma passiamo allo specifico della legge sull’omofobia affondata giorni fa. Era una buona legge? Comincio col dire che, personalmente, non ho simpatia alcuna per la pratica di legiferare su ogni aspetto della umana esistenza, ma non voglio che tale idiosincrasia influenzi un discorso la cui logica, io credo, funziona da sé. Ecco il discorso: innanzitutto, a livello specifico, questa supposta legge di tutela naviga sull’onda della montante pratica della istituzione delle categorie protette. Tale pratica non fa altro che alimentare disparità e, quindi, nuove categorie in cerca di protezione. Ad esempio, gli stilisti eterosessuali potrebbero chiedere un giorno un’aggravante di eterofobia per le discriminazioni o il mobbing ai loro danni nel mondo del fashion. Come al solito, le astrazioni sociali si mangiano gli individui e tutti vogliono essere più uguali degli altri. Ma la vera falla è a livello più alto e generale. Infatti, quella proposta è una di quelle leggi che prevedono di risolvere un problema culturale con la repressione e, con la sua logica del “chiamo mio fratello maggiore”, va a sottoscrivere il famigerato e fascistissimo “pacchetto sicurezza”. Come ha notato l’organizzazione omosessuale “facciamo breccia”, questa legge si propone di picchiare il picchiatore, non di posare le mazze. Il solito cortocircuito del “ti risolvo la cosa con una leggina”. Due a zero per la Binetti? No. Perché il più grave cortocircuito logico è tutto nella sua bianca testa. Infatti, se l’omosessuale è malato, proprio lei che è medico e psichiatra, oltre che cristiana oltre modo e misura, dovrebbe essere la prima a preoccuparsi della sua tutela. O non funziona così? Lo scontro, insomma, si risolve in quello fra tutori di sani e abbandonatori di malati. Chierichetti apprendisti di democrazia e vescovi dell'intolleranza. Un signor problema.


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permalink | inviato da tarantula il 17/10/2009 alle 10:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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